Bioplastiche, quando il Sistema Italia funziona

In Europa il nostro paese è stato un apripista sia nel campo delle tecnologie industriali sia nella normativa del settore, cogliendo il ruolo cruciale delle bioplastiche nella gestione della raccolta dei rifiuti organici. Servono però più controlli per limitare la circolazione di shopper non compostabili, ancora molto diffusi.

Un settore che in Italia genera circa 475 milioni di euro di fatturato, una cifra che potrebbe perfino raddoppiare se semplicemente venisse rispettata la legge sui sacchetti monouso compostabili.
Sul fronte delle bioplastiche l’Italia ha fatto da modello all’Europa sia sotto il profilo delle tecnologie industriali sia della normativa, studiata alla luce della gestione integrata della raccolta differenziata dei rifiuti organici.
A limitare le grandi potenzialità della filiera, è semmai un sistema di controlli non ancora abbastanza capillare, visto che oltre il 50% dei sacchetti monouso in circolazione non è compostabile come impone la legge. Abbiamo parlato di questi temi con il presidente Marco Versari, presidente di Assobioplastiche, l’associazione italiana delle bioplastiche e dei materiali biodegradabili e compostabili.

Il presidente di Assobioplastiche Marco Versari

Presidente Versari, la normativa italiana sulle bioplastiche è oggi soddisfacente o è ancora migliorabile?

Dal punto di vista normativo, in questo settore l’Italia è stata un’apripista, perché è riuscita a collegare le bioplastiche – compiendo secondo me una scelta giusta – alla gestione integrata dei rifiuti, in particolare di quelli organici.
L’obiettivo della normativa non è quello di abbattere dei nemici, ma di rendere più efficiente ed efficace la raccolta differenziata della frazione organica. Il punto di partenza non è stato altro che il decreto legislativo 152/2006, che definisce le norme in materia ambientale. Esso impone che la raccolta differenziata della frazione organica avvenga senza sacchetti oppure con sacchetti compostabili. In questo modo la legge italiana ha fatto un passo in più, diventando il punto di riferimento della direttiva europea. Poi anche la Francia si è dotata di una normativa nazionale focalizzata sui sacchetti compostabili per la frutta e la verdura nei supermercati. Su questa scia, nel novembre scorso il governo italiano ha sottoposto alla Commissione europea il disegno di legge che fissa le nuove regole sui sacchetti monouso per l’asporto di ortofrutta. Tra queste l’obbligo per gli shopper, a partire dal primo gennaio 2018, non solo di essere compostabili, ma di contenere anche una percentuale crescente di carbonio biobased.

È vero che oltre la metà dei sacchetti monouso è ancora fuori norma?

Sì. Il rapporto annuale che affidiamo alla società di ricerche di mercato Plastic Consult rappresenta la fotografia della filiera. Il documento presentato a fine 2016 mostra chiaramente che l’Italia sta continuando nel suo cammino verso la diminuzione degli shopper monouso in materie plastiche, che corrisponde all’obiettivo della legge. A sfavore delle bioplastiche, però, rimane la quota di sacchetti fuori norma, cioè in polietilene o i cosiddetti falsi biodegradabili, che supera il 50%. Quasi tutta la piccola distribuzione e una parte non irrilevante della grande distribuzione del Centro e del Sud Italia utilizza ancora buste per asporto merci non conformi alla legge italiana.

Il presidente Versari (primo da destra) accanto al Ministro dell’Ambiente, Territorio e Tutela del mare Gian Luca Galletti

Questo significa che il vostro settore ha ancora ampi margini di crescita…

Sempre secondo il report annuale di Plastic Consult il settore delle bioplastiche vale in Italia poco meno di 500 milioni di euro. Se solo la legge fosse interamente applicata e rispettata, avremmo una filiera da circa un miliardo di euro, con la conseguente disponibilità finanziaria per investire di più negli impianti industriali, nella comunicazione e insomma nell’ulteriore evoluzione del comparto.

Per altro la tecnologia italiana è molto avanzata nel campo della chimica verde e delle bioraffinerie…

Sì, anzi è un esempio a livello europeo. Basti pensare a realtà di livello internazionale come Versalis, Novamont e Mossi & Ghisolfi. Credo comunque che il successo italiano si debba alla scelta di aver messo al centro la raccolta differenziata dell’umido. Milano è la città europea più grande dove si fa la raccolta porta a porta anche della frazione organica. È la prova che il sistema Italia può funzionare e generare progetti industriali fortemente innovativi.
È determinante cogliere la stretta correlazione fra corretta gestione dei rifiuti, normative avanzate e sviluppo industriale.
Peccato che, come a volte accade nel nostro paese, non si riesca a sfruttare tutte le nostre grandi potenzialità a causa dei controlli insufficienti o dell’applicazione incompleta della normativa. Un quotidiano ha recentemente pubblicato un servizio sulla “piaga dei sacchetti proibiti”: ne circolerebbero centomila al giorno solo nei mercati di Milano.

Cosa si può fare?

Chiediamo semplicemente che venga osservata la legge, niente di più. Non sono necessari interventi straordinari. Certo, c’è bisogno di controlli più capillari. Per eseguirli, è fondamentale però che non siano coinvolti solo Guardia di Finanza e Carabinieri, ma anche le Pubbliche Amministrazioni, attraverso per esempio l’azione della Polizia Municipale.

Oltre alla repressione dell’illegalità conta anche la sensibilizzazione del cittadino?

Per un’ampia parte del nostro paese, in particolare al Nord, la raccolta differenziata è parte ormai delle abitudini quotidiane, del modo di vivere, della cultura. Sta diventando comune una reazione di fastidio quando capita di vedere una bottiglia gettata nell’indifferenziata.
Sebbene si debba fare ancora molto, il cittadino è sempre più partecipe e consapevole su questi temi. Non bisogna però pretendere che sia lui il guardiano del territorio. La gestione della raccolta dei rifiuti è una questione centrale non solo per l’ambiente, ma anche per l’industria, che può valorizzare i rifiuti organici come materia prima. In alcuni casi la raccolta differenziata ha addirittura ispirato nuove iniziative industriali.

“La gestione della raccolta dei rifiuti è una questione centrale non solo per l’ambiente, ma anche per l’industria, che può valorizzare i rifiuti organici come materia prima”

Per esempio?

Pensi alle cialde del caffè. Le bioplastiche non sono state certo sviluppate per questo prodotto. È stata la raccolta dell’umido a mostrare l’opportunità: la capsula del caffè in polipropilene creava un doppio problema, perché il caffè contamina la raccolta della plastica, e il polipropilene a sua volta inquina i rifiuti organici.
Una capsula del caffè compostabile è risultata quindi la soluzione migliore a un problema.
Questo esempio chiarisce il vero ruolo delle bioplastiche, che non è legato a operazioni di eco-marketing o di immagine, ma al superamento di problemi concreti nell’ambito della gestione integrata dei rifiuti.

Qual è il bilancio della sua presidenza fino ad oggi e quali obiettivi ritiene più urgente raggiungere?

Solo contento che il ruolo dell’associazione, che è giovanissima, sia stato riconosciuto da importanti enti e istituzioni del settore, con i quali ci sediamo spesso al tavolo per dialogare e definire accordi. Quanto ai nostri prossimi intenti, uno è quello di riuscire a devolvere il contributo versato al Conai dai produttori di imballaggi in bioplastica all’organizzazione di campagne informative dedicate al settore.

 

di Alessandro Bignami