sabato, 11 Luglio 2020

“L’industria italiana è all’altezza di questa sfida”

Giulio Cocco, AD di Arkema Italia, guarda con ottimismo al futuro del tessuto economico e produttivo del Paese, provato dall’emergenza coronavirus: “Sappiamo trovare le soluzioni migliori anche nelle difficoltà. Le grandi opere edili potranno trainare la ripartenza”. E intanto il gruppo chimico punta a diventare leader nei materiali speciali.

di Alessandro Bignami

“Il nostro paese ha dato finora una grande prova di sé in questa emergenza, ben oltre quella che il resto del mondo si aspettava”. L’ingegner Giulio Cocco, Amministratore Delegato di Arkema Italia, dà un voto alto al sistema industriale italiano, “capace di reggere a un’onda d’urto improvvisa e impensabile”, e ai suoi stessi connazionali, “che hanno rispettato in modo encomiabile le regole per tutelare la propria sicurezza”. Una reazione positiva cui hanno contribuito anche i circa 600 dipendenti e i 7 stabilimenti della filiale italiana del gruppo chimico Arkema, designer globale di materiali e soluzioni innovative.

Giulio Cocco, Amministratore Delegato di Arkema Italia

Ingegner Cocco, che impatto ha avuto il lockdown sui vostri stabilimenti in Italia?

Abbiamo continuato a produrre per le filiere essenziali e legate alla gestione dell’emergenza sanitaria. A marzo tutti gli stabilimenti hanno lavorato a ritmi pressoché normali, ad eccezione di una riduzione di circa il 20% per il sito che realizza soluzioni ad acqua per il settore delle vernici nel decorativo e nel fai da te, che era stato bloccato durante il lockdown. Solo in questa struttura, abbiamo programmato una fermata di una decina di giorni. Le altre attività hanno marciato regolarmente, anche perché forniscono settori che hanno visto persino crescere la domanda con l’emergenza coronavirus. Penso alla produzione del Metil metacrilato, che viene utilizzato nella realizzazione delle lastre di plexiglass, oggi così fortemente richieste, ma anche a quella dei perossidi organici, che fungono da catalizzatori nella lavorazione dei componenti in polipropilene delle mascherine. La chimica si è rivelata fondamentale in tante applicazioni legate all’emergenza, come appunto quelle relative ai dispostivi medici e di sicurezza.

Avete incontrato difficoltà nel reperire i DPI?

Nella fase iniziale è stato determinante il supporto della casa madre francese, che ci ha dotato di mascherine e gel disinfettanti, quando sul mercato italiano non se ne trovavano facilmente. Il Gruppo ci hatenuto aggiornati sulle misure prese nei paesi colpiti prima del nostro, come Cina e Corea del Sud. Sapevamo fin dall’inizio cosa era necessario fare per proteggersi. Abbiamo adottato procedure comuni in tutte le unità produttive della filiale e quando il lockdown è stato esteso a tutta Italia, il nostro personale era già pronto e in sicurezza.

Qual era l’atmosfera in produzione durante la fase più difficile della crisi sanitaria?

I nostri operatori hanno dimostrato un senso di responsabilità eccezionale e davvero encomiabile. Quella italiana è stata la filiale con il minor tasso di assenze sul lavoro, inferiore al 3% nei 2 mesi e mezzo del lockdown. Il sito di Anagni ha addirittura registrato il record di produzione. In generale, i cittadini italiani si sono comportati a mio avviso in modo esemplare. Nel vero senso della parola, dato che gli altri paesi europei ci hanno preso a modello. Molti non si aspettavano una reazione così forte e seria da parte dell’Italia. Quando ci sono situazioni difficili, siamo capaci di mantenere la calma e di trovare soluzioni, pur con meno risorse e strutture di altre nazioni. E il nostro sistema industriale si è dimostrato all’altezza della sfida. 

In questo periodo come è cambiato il rapporto con i clienti?

Anzitutto si sono mostrati soddisfatti che avessimo garantito le forniture, senza contraccolpi. L’unico problema, a partire dalla metà di marzo, ha riguardato i collegamenti con l’Europa dell’Est, sia per l’importazione delle materie prime sia per l’esportazione dei prodotti.

Gli scambi internazionali sono poi diventati più fluidi?

Sì, dal punto di vista logistico l’operatività è tornata quasi alla normalità. Più che altro,rispetto a marzo e aprile, quando molti hanno cercato di rimpinguare le scorte in vista di eventuali ulteriori restrizioni, ora si avverte un lieve rallentamento degli ordini. Non sarà un maggio da record, ma certamente non possiamo lamentarci.

La sede di Arkema Italia Rho (MI)

Questa emergenza vi ha insegnato qualcosa per il futuro?

Arkema Italia, essendo sottoposta alla direttiva Seveso, prevede già controlli severi e misure stringenti di sicurezza. Per noi quindi non cambierà molto, essendo abituati a rispettare procedure rigide. In generale, ritengo comunque che non si tornerà come prima e che una maggiore attenzione alla protezione individuale resterà anche dopo l’emergenza. Lo vedremo per esempio dal ripensamento degli spazi aziendali, dove si ridurranno open space e sale affollate, a favore di locali più protetti. Ci saranno meno riunioni e con pochi partecipanti. L’approccio alla sicurezza da parte delle persone in questi mesi è cambiato sensibilmente.

 

Il Gruppo ha comunicato l’obiettivo di diventare il leader nei materiali speciali, tra cui soluzioni adesive, coating e prodotti avanzati. Come si rifletterà questa strategia sulla filiale italiana nel prossimo periodo?

L’Italia resta un mercato interessante per il Gruppo Arkema, anche in vista di eventuali acquisizioni. L’ultima è avvenuta nel 2015, quando non erano molte le società internazionali disposte a investire in Italia. Il nostro è un gruppo che sta crescendo e che in molte occasioni ha mostrato coraggio, chiudendo acquisizioni con un valore fino a un quarto del proprio fatturato. Non posso che guardare con fiducia al futuro del Gruppo nel nostro paese. Certo, l’emergenza coronavirus ha smorzato gli slanci: i dati consolidati del primo trimestre sono stati lievemente inferiori a quelli dell’anno scorso. Sarà il secondo trimestre, in realtà, a dirci quale sia stato il reale impatto della crisi sanitaria sulla nostra attività. In ogni caso l’Italia, con le sue tante piccole e medie aziende avanzate che eccellono a livello internazionale, è un mercato attraente per l’espansione di Arkema, anche nel settore degli additivi e dei materiali speciali.

L’Italia si risolleverà in tempi abbastanza brevi, almeno nei settori che seguite?

Ritengo di sì. L’automotive dovrebbe ripartire. Sarà decisiva la ripresa del settore edile, che può rappresentare il vero volano per la rinascita economica del Paese. Anche perché l’edilizia è destinata a trainare molti altri comparti collegati, come una locomotiva a cui si agganciano più vagoni. Se si investirà nei grandi lavori pubblici, il Paese si rimetterà in moto. Sono ottimista. Il tessuto industriale italiano è sano e competitivo, nonostante le zavorre che lo appesantiscono, dalla burocrazia al costo dell’energia. Siamo stati investiti da un’onda improvvisa e abbiamo mostrato all’Europa e al mondo che cosa si doveva fare per non esserne travolti. Ci sono tante capacità manageriali, tanti talenti. Per non parlare del personale sanitario, che ha sostenuto turni massacranti e sacrificato molte vite per affrontare la pandemia. Sì, oggi sono ancora più orgoglioso di essere italiano.

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